CompagniA
Stabile
La compagnia stabile è il cuore vivo di questo teatro. Qui nascono visioni, si costruiscono linguaggi comuni, si cresce insieme. Non è solo un gruppo di artisti, ma una comunità che condivide tempo, ricerca e responsabilità. Ogni spettacolo porta la traccia di questo legame: profondo, continuo, necessario. È da qui che il teatro respira, ogni giorno.
Giosuè Borsi Arsante
compagnia stabile di teatro lumière
Dal 1920 a oggi, la compagnia stabile attraversa il tempo senza interrompersi. Questa è la storia di un percorso che ha saputo trasformarsi, restando sempre fedele al proprio cuore teatrale.
Il Principio
La Compagnia Giosuè Borsi Arsante nasce nel 1920 nella parrocchia di San Bartolomeo a Badia a Ripoli, su iniziativa di un sacerdote e di un gruppo di giovani parrocchiani che desideravano qualcosa di più del semplice ritrovarsi per passare il tempo — cercavano un luogo in cui crescere. Il teatro divenne il loro terreno d’incontro, uno spazio in cui dare forma all’immaginazione e tenere unita la comunità.
Iniziarono come un circolo di lettura, riunendosi per leggere poesie e discutere racconti. Ma presto le letture si trasformarono in recitazione, perché il talento del gruppo era troppo grande per restare nascosto tra le righe… In quegli anni le rappresentazioni si svolgevano in una piccola stanza parrocchiale. Il palco era modesto, le luci improvvisate, i costumi presi in prestito dagli armadi di casa. Eppure l’impegno era autentico e profondo.
La compagnia scelse di portare il nome di Giosuè Borsi, riconoscendo in lui un esempio di forza morale e tensione spirituale che rispecchiava le proprie aspirazioni.
Ma aspetta…
chi sarebbe questo Giosuè Borsi?
Giosuè Borsi nacque a Livorno nel 1888. Fu uno scrittore di grande talento, inizialmente guidato dall’ambizione letteraria e poi attraversato da un profondo risveglio spirituale. Da giovane conobbe il riconoscimento intellettuale e una vita brillante e raffinata. Ma i lutti familiari e un’inquietudine interiore lo condussero a una profonda conversione cristiana. Nei suoi scritti cominciarono ad emergere con forza la fede, il senso del sacrificio e il conflitto morale.
Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale si arruolò volontario. Morì nel 1915, a soli ventisette anni, portando con sé le medaglie, la fotografia della madre e una copia della Divina Commedia. Per i giovani cattolici del suo tempo divenne un simbolo di idealismo e dedizione. È proprio questa intensità morale — inquieta, appassionata, sincera — che ha ispirato la compagnia teatrale a portare il suo nome.
Il secondo capitolo
La Seconda Guerra Mondiale interruppe molte vite, ma non spense lo spirito della compagnia. Dopo il 1946 l’attività riprese con rinnovata determinazione. Nel cortile della parrocchia venne costruito un teatro all’aperto: trecento sedie di legno sotto il cielo, un palco rialzato — realizzato dagli stessi attori — e un sipario azionato a mano. Era uno spazio fragile, legato al bel tempo, eppure pieno di energia.
Proprio in quegli anni, per la prima volta, entrarono a far parte della compagnia anche le donne. Il ruolo del regista si fece più definito e il teatro smise di essere soltanto un momento ricreativo: divenne una realtà con una propria struttura, con disciplina e responsabilità condivise. Poco alla volta la compagnia imparò a organizzarsi, a produrre spettacoli con metodo e a riunire un pubblico proveniente da tutto il quartiere.
I principali
registi
In quegli anni la compagnia trovò non solo la propria forza, ma anche le sue guide. Franco Del Buffa Iniziò come attore, ma l’amore per il palcoscenico si trasformò lentamente in responsabilità. Divenne Presidente, poi regista, senza mai abbandonare la scena.
Franco amava le commedie in vernacolo. Sceglieva personalmente i testi e si affidava a un gruppo fedele di attori, i cui volti divennero familiari al pubblico stagione dopo stagione. Giovanni Monechi, con i capelli bianchi e la voce roca, che recitava in fiorentino stretto. Bargagni, intenso ed eccessivo, indimenticabile nei ruoli da caratterista. Lucia Pratesi, calda e materna. Il giovane Maurizio Del Buffa, già attento a osservare e imparare.
Accanto a Franco operarono due personalità molto diverse. Renzo Dei, ragioniere di professione e autore per vocazione, portò in scena i propri testi. Descriveva personaggi e scenografie con cura meticolosa, arrivando persino a pagare di tasca propria i materiali pur di vedere realizzata la sua visione. Eppure era gentile, quasi timido — durante gli spettacoli si nascondeva, troppo emozionato per assistere, e ricompariva solo all’inizio degli applausi.
Poi c’era Nico Tanda, sardo di nascita, formato alla radio, preciso nella dizione e nella disciplina. Dirigeva con pazienza e attenzione, guidando gli attori nel gesto, nel tono, nel movimento. Con lui uno spettacolo poteva richiedere mesi di preparazione. Credeva che il teatro dovesse essere costruito con cura, quasi come un lavoro artigianale. Insieme, questi registi diedero alla compagnia solidità, struttura e un’identità riconoscibile. Il pubblico sapeva cosa aspettarsi: qualità, impegno e cuore.
Nel 1985 iniziò silenziosamente un nuovo capitolo. Maurizio Del Buffa, che un tempo era stato il giovane attore nel gruppo di Franco, passò alla regia. Lavorava con metodo, costruendo ogni spettacolo scena per scena, quasi come in un montaggio cinematografico. Durante le prime letture modellava il ritmo delle voci, correggeva le inflessioni dialettali, modificava le battute, sempre alla ricerca di chiarezza e verità. Le sue prove erano strutturate, attente, precise.
Accanto a lui c’era Paola Tanda. Entrata giovanissima nella compagnia, si era occupata inizialmente di costumi e scenografie, facendo anche da suggeritrice, per poi assumere ruoli di attrice sempre più rilevanti. Dal 1987 iniziò a dirigere insieme a Maurizio. Paola sceglieva con cura il cast, attenta alla presenza scenica e alla verità interiore dei personaggi. Durante le prime letture spiegava non solo come un ruolo dovesse suonare, ma come dovesse vivere davanti al pubblico.
Se gli anni precedenti avevano costruito un’identità, questi più recenti ne affinarono il linguaggio. Le produzioni divennero più coese, le scenografie più consapevoli, le interpretazioni più stratificate. La compagnia non si limitava più a resistere o a custodire una tradizione — stava evolvendo. Eppure, attraverso ogni cambiamento di guida, una cosa rimaneva costante: il teatro non era mai preso alla leggera, ma sempre affrontato con esperienza, disciplina e una passione profonda e duratura.
Il Sogno
Per molti anni la Compagnia Giosuè Borsi Arsante non ebbe una vera casa. Si spostava da un palcoscenico all’altro, mentre gli spettacoli crescevano in profondità e cura, tra costumi sempre più ricchi e scenografie più ambiziose. Il sogno di fare vero teatro stava diventando realtà… ma mancava ancora un luogo che fosse davvero loro.
Così Paola Tanda decise di rischiare. Nella piccola sala parrocchiale dalla porta rossa in Via Chiantigiana mise in scena con i suoi allievi Sogno di una notte di mezza estate, investendo tutto per renderlo magico. La sala era piena, il pubblico rapito. Tra gli spettatori sedeva Don Antonino Spanò: osservava con attenzione, ma presto comprese che non era un semplice spettacolo. Era una comunità che chiedeva una casa.
Dopo la recita, Paola parlò con franchezza. Ricordò la storia della compagnia, le tournée senza sede, la fedeltà al teatro nonostante tutto. Se la parrocchia aveva creduto nel teatro una volta, poteva farlo ancora. E talvolta basta un momento così — detto con convinzione — per cambiare il futuro.
E così fu presa una decisione: l’edificio sarebbe diventato un vero teatro.
La casa d‘arte
I lavori di restauro iniziarono nel 2009 e si conclusero tra la fine del 2010 con l’inaugurazione di quello che venne chiamato Teatro Lumière — un nome scelto in memoria della vecchia sala cinematografica che un tempo abitava quegli spazi. Le modifiche furono attente ma significative. Quasi duecento poltroncine in velluto verde sostituirono le sedie di legno. Il palco venne ampliato, furono installate nuove luci e realizzati camerini adeguati. All’ingresso trovò posto il banco della biglietteria, mentre la targa del vecchio cinema rimase sulla parete, discreto omaggio al passato. Non era più una sala adattata. Era un teatro, pensato per accogliere.
Con un vero teatro arrivarono anche nuove responsabilità. Permessi, sopralluoghi, affiliazioni — ogni passaggio doveva essere seguito con precisione. Paola Tanda divenne direttrice del teatro, accanto a Maurizio Del Buffa come responsabile artistico e legale della compagnia. Vennero create due stagioni: una dedicata alla compagnia e ai gruppi amatoriali ospiti, l’altra alle produzioni professionali, scelte con cura per rispettare i valori del teatro e al tempo stesso aprirlo a orizzonti più ampi. Nacquero corsi di recitazione per bambini, ragazzi e adulti, formando nuove generazioni di interpreti. La compagnia adottò anche un nuovo nome — Giosuè Borsi Arsante — per evocare un’arte sempre in movimento. E così il teatro non si limitò a riaprire. Ricominciò.
Una nuova pagina
Oggi la compagnia non si limita a ricordare la propria storia, ma la porta avanti. La Compagnia Giosuè Borsi Arsante gestisce il teatro con mani sicure e con una dedizione ormai familiare. Più volte l’anno torna in scena con le sue commedie musicali, portando risate, colore e quel senso di calore condiviso che il pubblico conosce bene. E quasi ogni volta le poltrone sono tutte occupate… non per abitudine, ma per affetto.
Eppure il palcoscenico non appartiene soltanto a loro. Come un tempo viaggiavano di teatro in teatro, oggi sono altre compagnie ad arrivare come ospiti. Ensemble professionali, gruppi amatoriali, giovani collettivi, interpreti di lunga esperienza, tutti trovano accoglienza al Teatro Lumière. È diventato una casa che apre le porte con generosità, offrendo spazio, luce e un pubblico pronto ad ascoltare. C’è chi arriva con anni di carriera alle spalle e chi con la prima produzione ancora carica di emozione. Tutti vengono accolti con lo stesso rispetto.
E in silenzio, nelle sale prove e nei corsi del pomeriggio, cresce una nuova generazione. Gli attori e i registi della compagnia insegnano nella loro piccola accademia, accompagnando bambini e ragazzi del quartiere. Non insegnano soltanto battute o movimenti di scena, ma come stare in piedi, come respirare, come fidarsi della propria voce. Così il teatro continua, non solo negli spettacoli, ma nei giovani artisti che imparano, passo dopo passo, a sentire il palcoscenico come casa propria.